Upgrade e modernità riuscita male - La Billet Box v3 vs la revision V4

La Billet Box…. La Billet Box (ora meno, ma di più le AIO)  è la moda attuale.

Ma a mio gusto è un prodotto vecchio, arretrato, sopravvalutato.
Inspiegabile come dal 2018 (anno in cui venne commercializzata la Revision 4, il modello attuale) ad oggi dove dopo la fine della moda del bottom feeder e un paio

La Billet Box Rev3

di anni di revival dei tank sia ritornata di moda, gli stock di vendita siano quadruplicati, nel 2018 era più facile trovare moglie che una Billet originale, oggi ai drop del sabato piovono come le polpette del famoso film della Sony.
Si saranno messi a fare come fece a suo tempo Hana Modz? Le prime serie erano una specie di Sacro Graal introvabile, poi dalla V3 in poi, quando le scocche in alluminio non venivano più laminate negli USA ma venivano prodotte a Shenzen mentre a Redmond (Illinois) restava solo il cablaggio dell’elettronica, la marchiatura e la numerazione del prodotto e l’imballaggio della vendita.

Che era poi il motivo per cui, improvvisamente il mondo venne invaso da cloni 1:1 perfetti che intercambiavano parti e ricambi con l’originale, quasi che lo stesso laminatoio, finito di produrre lo stock per Hana Modz, continuasse a produrre il resto per il mercato dei produttori de cloni.

Prima rev.4 più o meno risalente al 2016, montava un circuito DNA40 (l’ultimo circuito Made in USA delocalizzasse la produzione anche lei in Cina), nella produzione ufficiale dal 2018 viene installato il nuovo DNA60 ma senza porta USB per aggiornarlo: nel 2018 (quindi si immagina che i prototipi siano stati iniziati l’anno prima) non era un grosso problema, visto che l’aggiornamento firmware “fondamentale” per portare il DNA60 al livello degli altri circuito uscì nel 2017 e quindi poteva sfuggire ma nelle versioni successive (fino alla 2022) questa è una grave mancanza.

E nel 2022 la Billet resta la stessa Billet Box di una volta, con tutti i suoi difetti, il contatto del negativo della batteria a lamella che taglia le wraps delle batterie come fossero mortadelle e il solito circuito non aggiornato.
Ed è grave, accendendo una Billet Box originale Billet Vapor compaiono i due loghi di accensione personalizzati ma tutto è vecchio, niente firmware aggiornato e gli stessi profili e materiali “farlocchi” installati di fabbrica da Evolv: ciò è grave, perché per caricare i loghi occorre (tramite anche solo un bridge temporaneo) connettere il circuito al programma eScribe e se risulta collegato un circuito non aggiornato, il programma propone l’aggiornamento al firmware 1.2SP6.1 con un tempo richiesto per l’aggiornamento di massimo una trentina di secondi.

E la Billet Box diventa improvvisamente un prodotto vecchio e obsoleto, sorpassato da troppe AIO più recenti, aggiornate e più curate nel progetto, la Nodale di Telli’s Mod e la Zeppelin di Epsilon Forth (dotate di porta USB per aggiornare e ottimizzare in proprio il circuito) o una Key di Mums che monta un circuito Dicodes BF60  (stessi identici ingombri del DNA60 ma non ha bisogno di porta USB ne di aggiornamenti).

Ma non è sempre stato così, una volta la Billet Box era prodotto di assoluta avanguardia.
Un geniale capolavoro del “Made in USA”.

La Revision 3.

Il modder iniziò quasi per scherzo a lavorare ad una propria geniale intuizione: in

Particolare del
boro e del 
potenziometro
di regolazione
voltaggio

un mondo di atomizzatori “big battery” a tubo che, in configurazione 18650, possono essere molto lunghi e scomodi da tenere in tasca o battery box anche quelle ingombranti, perché non “scatolare” in un blocco unico un atom e un apparato di alimentazione?
Tutto in uno. O “All in One” (AIO in sigla), tant’è che il nasce un nuovo form factor di prodotti da svapo, appunto l’AIO.

Il “Boro”

A dire il vero già si stava studiando una maniera di ridurre i volumi inserendo un atomizzatore all’interno di una box modificata creando una rientranza nel “cubo” della scocca, la xVostick di MiniEcig (convenzionalmente la prima side by side della storia) dava la possibilità di alloggiare un atom standard di 22 mm di diametro all’interno della scocca, ma Billet Vapor andò oltre: il tank era una scatoletta di policarbonato con un vetrino a slitta sul frontale che da chiuso mostrava il livello di liquido contenuto e da aperto poteva essere refillato.
All’interno, per vaporizzare, veniva adottato un adattatore per l’installazione di coil prefatte (le prime serie installavano l’RBA del Kanger Subtank o le sue coil e le Aspire “pre Nautilus”) o i primi deck rigenerabili ad immersione all’interno del “boro” stesso.

A dire il vero, il primo tank della Billet Box (il cosiddetto “boro”), quello tutto in policarbonato bianco era studiato per l’utilizzo con i cartomizer della Boge da 23 mm se ben mi ricordo (ne ho uno, ma lo uso sempre con il boro “vetrato” e i bridge più moderni visto che ormai quei cartomizer non si trovano più.

Elettricamente tali bridge andavano a massa (negativo) con la scocca della box (il nut che fermava il boro e che fissava il drip tip serviva anche da fermo e contatto elettrico) mentre il positivo andava a contatto con un piattello metallico sul fondo del vano in cui era alloggiato il Boro.

Tutto protetto da urti, una volta assemblata la Billet Box è un semplice e robusto parallelepipedo in alluminio da cui sporge solo il drip tip.

L’elettronica

L’elettronica era il tocco di classe della Billet rev.3, un tocco di genialità americana a ricordarci quando lo svapo con la “esse” maiuscola era Made in USA.

Visto che un dispositivo meccanico era “brutto” con il voltaggio calante con la scarica progressiva della batteria, come dispositivo di stabilizzazione e regolazione di voltaggio veniva adottato il tipico apparato americano, il classico dispositivo PWM a voltaggio regolabile a rotella.

I voltaggi erano molto “basic”, impostabili in un range da 4 a 5.2 volt, quindi niente step down ne voltaggi bassi, cosa che influenzerà anche le coil che potranno essere installate.

Anche se, pur raccomandando l’uso di coil con resistenze non inferiori a 0.5 ohm teoricamente qualsiasi dispositivo alimentabile a quel voltaggio può essere installato.

Se si voleva compattare al massimo le dimensioni del dispositivo era sconsigliabile

La DelRo D60 che
altro non è che una
Billet V3 modificata
con scocca in delrin

usare batterie 18650 (troppo lunghe), le batterie 18500 erano meno performanti e solo di poco più corte, la batteria formato 18350 sarebbe stata perfetta come dimensioni ma aveva il solo limite della capacità, le migliori 18350 non passano i 1200mah di capacità di carica, pochino.
Ma, se la lunghezza poteva essere perfetta, era il diametro ad essere eccessivo comportando la necessità di una box più larga ed ingombrante, meglio usare delle più sottili 16340/16350, solo lievemente meno capienti ma di ben (??) 2 mm più sottili.

Potrei metterne due in parallelo, otterrei guadagni interessanti in termini di prestazioni ma potrei fare qualcosa di diabolico: mettere due batterie IN SERIE!

Andrei a creare una “batteriona” con la capacità di carica data dalla media delle due batterie utilizzate, un amperaggio in erogazione identico media dei due amperaggi in erogazione delle batterie ma con output (voltaggio erogato) di ben 7.4 a regime normale (3.7 volt x 2 batterie).

Se fosse un dispositivo meccanico sarebbe un problema, ma trattandosi di un dispositivo controllato a PWM che lavora a riduzione di voltaggio, anche settando il voltaggio massimo (5.2 volt) andrei a utilizzare solo il 70% dell’erogazione delle batterie, range tutt’altro che faticoso per una batteria Li-ion.
E in questa maniera i 1200 mah massimi di una ottima batteria 16350 cominciano a diventare una capacità di utilizzo interessante.

Considerato che, non essendo un circuito variwatt sono installabili solo coil in grado di funzionare in maniera efficiente sopra i 4 volt e non troppo basse per non stressare esageratamente la batteria (che ha una capacità di erogazione massima di 10 ampere, non di più), è consigliabile installare coil con resistenze superiori agli 1.2/1.4 ohm.

In questa maniera, anche a 5 volt (nel caso di coil in kanthal particolarmente poco reattive) andrei a movimentare solo 5 : 1.4 = 3.5 ampere, nel range perfetto di utilizzo della batteria.

E, ragionando in watt, 52volt / 1.4 ohm = sarei a 18 ampere, soglia nemmeno troppo diabolica.

E, con quella che è comunque una configurazione eccessiva e un voltaggio molto alto (forse eccessivo) andrei a svapare (i famosi “conti della serva”):

1200 mah di capacità di carica – 10% (minima capacità di carica non utilizzabile) = 1080 mah

1080 milliampere ora = 1.08 ampere/ora.

1.08 ampere/ora x 60 minuti in un ora = 64.8 ampere/minuto

64.8 x 60 secondi in un minuto = 3888

Ponendo di svapare con la nostra build,

5 volt : 1.4 = 3.5 ampere

3.5 x svapate di 5  secondi di durata = 17.5

3888 : 17.5 = 222 svapate, tutto sommato una soglia d’uso interessante, ci sono pod in circolazione (altra “ultima moda”) che fanno di peggio come prestazioni e durata d’uso.

Peccato che con la Rev4 la Billet Box sia diventato, per pigrizia del modder e poco interesse nello svilupparla un dispositivo dalle prestazioni ridicole al confronto di box coetanee (rev4 del 2022 con le ultime uscite), tanto quanto la Rev3 è ancora oggi una box di una genialità progettuale sconvolgente e imbattibile.

L’ennesimo episodio nel mondo dello svapo dove una “new”, una novità, un aggiornamento riesce ad essere peggiore e più banale del modello precedente.

PS: una delle box più care (e sopravvalutate in circolazione) nasce come clone della Billet Box v3: presa una Billet, aperto il potenziometro, sostituito col display di un DNA40 e sotto i due pulsanti di regolazione di potenza (il tasto fire venne “riciclato” quello di serie), sostituita la vaschetta delle due batterie in serie con un pacchetto di batteria LiPo, un modder americano decise di moddarne una box.

Poi, visto che Billet Vapor propose la versione V4 (prima col DNA40, poi in grande produzione col DNA60) che aveva una nuova scocca non compatibile con quelle modifiche, il modder americano cominciò a prodursi le sue scocche in delrin/policarbonato/plastica/schifezze varie.
E così nacque la DelRo D60…

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